Il ritratto di Dorian Gray
di Oscar Wilde
con
Federica Luna Vincenti Dorian Gray
Alessio Vassallo Lord Henry Wotton
e con Giulio Forges Davanzati
e Brunella Platania, Matteo Milani, Gianluigi Rodrigues, Francesca Bruni Ercole
regia e drammaturgia Giancarlo Nicoletti
scene Emanuele Salamanca
costumi Nicoletta Ercole
musiche Umberto Iervolino
light designer Giuseppe Filipponio
foto Gianmarco Chieregato
PRIMA NAZIONALE
produzione Goldenart Production, Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia, Teatro Biondo di Palermo
Il ritratto di Dorian Gray rivive in un adattamento contemporaneo scritto e diretto da Giancarlo Nicoletti. Al centro Dorian Gray, interpretato da Federica Luna Vincenti, travolto dall'influenza di Lord Henry Wotton, interpretato da Alessio Vassallo. Il patto con il ritratto diventa riflessione sulla tirannia dello sguardo e sull'ossessione per la giovinezza.
Il ritratto di Dorian Gray è uno dei romanzi più celebri, scandalosi e moderni di Oscar Wilde: una parabola sulla bellezza, sulla colpa, sul desiderio di restare intatti mentre la vita, il tempo e le scelte lasciano il loro segno. Nell’adattamento scritto e diretto da Giancarlo Nicoletti, il capolavoro wildiano non viene affrontato come racconto d’epoca, ma come dispositivo morale e sensoriale capace di parlare direttamente al nostro presente. Dorian Gray è un giovane dalla bellezza straordinaria. Basil Hallward, pittore affascinato e quasi soggiogato dalla sua presenza, ne realizza un ritratto destinato a diventare molto più di un’opera d’arte: un doppio, un archivio segreto, il luogo in cui si depositeranno il tempo, la corruzione e la colpa. L’incontro con Lord Henry Wotton, brillante, ironico e pericolosamente persuasivo, apre per Dorian la strada di una nuova visione dell’esistenza: vivere ogni esperienza, inseguire il piacere, non temere la tentazione, fare della bellezza l’unica verità possibile. Da quel momento, il desiderio impossibile di restare giovane per sempre si trasforma in condanna: sarà il ritratto a invecchiare e a degradarsi, mentre Dorian conserverà intatta la propria giovinezza. Il ruolo di Dorian è affidato all’attrice Federica Luna Vincenti, una scelta non nasce come semplice inversione di genere, ma come gesto drammaturgico e politico: Dorian è prima di tutto un corpo desiderato, discusso, posseduto dallo sguardo degli altri. Mettere il femminile al centro di questo meccanismo rende immediatamente visibile la violenza dell’esposizione, la pressione sociale esercitata sulla bellezza e la contraddizione di un personaggio che sembra avere tutto — giovinezza, fascino, libertà — ma che in realtà non possiede più sé stesso. Alessio Vassallo interpreta Lord Henry Wotton, figura seduttiva e manipolatoria, capace di trasformare il pensiero in contagio, l’aforisma in slogan, l’intelligenza in arma. Accanto ai protagonisti, un ensemble di attori-performer dà vita alla pluralità di figure che abitano il mondo di Dorian Gray. La compagnia non funziona soltanto come cast di personaggi, ma come organismo scenico: società, coro, coscienza, branco, memoria collettiva. I corpi osservano, commentano, amplificano, contraddicono l’azione; la musica dal vivo e le interferenze sonore non accompagnano semplicemente la scena ma la attraversano, la modificano, la spingono verso zone di ebbrezza, dissonanza e inquietudine. La regia immagina un tempo non realistico ma psicologico, in cui epoche diverse si sovrappongono: il salotto vittoriano convive con il club contemporaneo, il ritratto con lo schermo, la confessione con la sorveglianza, il diario con la registrazione. Telecamere, proiezioni, immagini frammentate, cornici luminose e parole che si diffondono come contenuti virali trasformano il quadro in un sistema di visione. Il ritratto non è più soltanto un oggetto nascosto, ma una condizione: ciò che ci guarda, ci conserva, ci duplica e infine ci giudica. Ne consegue, così, uno spettacolo fedele alla struttura narrativa del romanzo ma profondamente immerso nel nostro tempo. Wilde raccontava una società in cui tutto era concesso, purché non fosse nominato; oggi quella stessa ipocrisia si riflette nella costruzione pubblica dell’identità, nei profili levigati, nell’ossessione per l’immagine, nella distanza tra ciò che mostriamo e ciò che siamo. Questo Ritratto di Dorian Gray interroga proprio quella frattura: quanto siamo disposti a sacrificare per rimanere desiderabili? E cosa resta di noi quando l’immagine che abbiamo costruito torna finalmente a coincidere con il corpo, con la colpa, con la verità?
Giancarlo Nicoletti note di regia
Questo adattamento nasce dal rifiuto di considerare Il ritratto di Dorian Gray un romanzo “d’epoca”. Non mi interessava ricostruire un mondo vittoriano in costume, ma far emergere quanto il mondo di Wilde non abbia mai smesso di esistere ma abbia soltanto cambiato forma. La Londra dei salotti, della reputazione, del non detto e dell’ipocrisia sociale oggi assomiglia al nostro paesaggio mediatico, dove l’identità è continuamente esposta, sorvegliata, manipolata, consumata. Dorian Gray è, in questo senso, una figura radicalmente contemporanea. È un corpo che esiste perché viene guardato; una superficie sulla quale gli altri proiettano desiderio, possesso, ammirazione, paura. Affidare il ruolo a un’attrice non è una provocazione, ma un modo per rendere più evidente la violenza dello sguardo e la pressione esercitata dalla società sui corpi destinati a incarnare bellezza, giovinezza e desiderabilità. Dorian sembra libero, ma è prigioniero dell’immagine che gli altri costruiscono intorno a lui. Il ritratto, nella messinscena, non è soltanto un quadro. È uno schermo, una memoria, una registrazione, una traccia, un archivio delle conseguenze. Per questo il dispositivo scenico lavora con telecamere, proiezioni, duplicazioni, immagini frammentate. Non come decorazione tecnologica, ma come traduzione teatrale del tema centrale del romanzo: la separazione tra ciò che si mostra e ciò che si vive. Dorian abita un mondo in cui tutto è visibile, e proprio per questo niente viene davvero confessato. Lord Henry è la voce di una seduzione intellettuale senza responsabilità. I suoi aforismi funzionano come pensieri virali: formule brillanti, contagiose, pericolose, capaci di trasformare l’esistenza in esperimento estetico. Basil, al contrario, custodisce il terrore dell’immagine, la paura di aver messo nel ritratto troppo di sé. Tra questi due poli Dorian viene generato, desiderato e infine distrutto. La compagnia in scena agisce come un organismo mobile: a volte società, a volte coro, a volte coscienza, a volte branco. La musica e gli effetti non accompagnano, ma intervengono; accelerano il tempo, alterano la percezione, aprono fenditure emotive. Il tempo dello spettacolo non è realistico: precipita, si accumula, collassa. Non cerco una morale, né una redenzione. Wilde diffidava di entrambe. Mi interessa piuttosto mettere in scena il cortocircuito tra immagine e responsabilità, tra bellezza e impunità, tra desiderio di una “nuova vita” e impossibilità di cancellare le conseguenze delle proprie azioni. Dorian non è punito dalla società: viene protetto, giustificato, dimenticato. La sua tragedia è scoprire che l’immagine che lo ha salvato è anche ciò che lo condanna.
La Stagione di Prosa 2026-2027 è realizzata dal Teatro del Giglio Giacomo Puccini in collaborazione con Fondazione Toscana Spettacolo Onlus